Lettera ai posteri – Myriam madre di Yeshoua

Gerusalemme, 15 Nissan

Mio figlio è morto ieri.

Una morte atroce e ingiusta. Non sento più niente: la mia anima è amputata, il corpo, così lontano non trasmette più nessuna sensazione.

Perché mangiare? Perché dormire? Perché stare svegli?

Non so dove sono, ma so che la mia mente è rimasta inchiodata sotto quella collina dove troneggiava mio figlio, sanguinante, le ossa rotte, crocifisso.

Vomito da due giorni ma non esce niente. Niente, sono vuota, come un sacco vuoto. Ho perso tutto: mio figlio, la mia anima, il mio corpo.

Perché doveva accadere proprio a lui? Perché ha lasciato che tutti lo prendessero per il figlio di Dio?

Non lo era! Era mio figlio, figlio di Myriam e di Yosef il falegname.

Se fosse stato suo figlio, perché Dio l’ha lasciato morire? Anzi, spero che sia figlio suo e spero che la sua scomparsa lo stia facendo soffrire tanto quanto me, mille volte di più.

Un Dio onnipotente, onnisciente, essenza stessa della giustizia, non avrebbe mai permesso che un giovane morisse così; non avrebbe mai neanche permesso che romani, ebrei, sommi sacerdoti o grande assemblea inventassero delle torture così atroci. […]

Mille volte io e Yosef abbiamo spinto Yeshoua a condurre una vita normale: lavorare come téktón con suo padre (quello vero), sposarsi.

Ma non c’è stato verso, testardo come un mulo, viveva solo per aiutare gli altri.

Speravo che un viaggio attraverso le nostre terre l’avrebbe fatto crescere, che gli avrebbe fatto capire com’è la vita. Mi sbagliavo. Non avrei mai dovuto mandarlo! Me ne voglio così tanto…. Ha incontrato quello scellerato di suo cugino che, non so come, gli ha fatto credere di essere il figlio di Dio.

Mi ricordo che quando era bambino, Yeshoua credeva di saper volare. Un giorno, per giocare con un suo amico, si arrampicò su una montagna. Salì molto in alto, troppo, non sapeva più come scendere. Rimase paralizzato e il suo amico corse a casa perché Yosef andasse a tirarlo giù. Yeshoua fu talmente scosso da questa esperienza che si mise a piangere tra le mie braccia e mi disse “mamma, ho capito cos’è la morte. Ho capito che posso morire e che non so volare. Beati gli angeli, che sanno volare, io non potrò farlo mai più”.

Questi ultimi mesi, ogni volta che gli è stata attribuita una qualche guarigione, Yeshoua non ha fatto che ripetere che lui non c’entrava niente, che la guarigione era stata il frutto delle cure o della forza che il malato aveva ripreso a seguito dell’amore dimostrato dai suoi cari. […]

[…] Yeshoua, figlio di Myriam e di Yosef, era solo un uomo.

Certo diverso dalla maggior parte degli uomini perché lui sapeva ascoltare i problemi del prossimo, mettersi al posto degli altri e trovare delle parole confortanti. A volte bastava una sola parola perché il sofferente stesse immediatamente meglio.

Scrivo questa lettera sperando che la verità emerga finalmente: Yeshoua era mio figlio ed era un uomo. Alle persone che ne fanno il loro Dio e che seguono i suoi insegnamenti, dico che questi sono ancor più veri e forti proprio grazie al suo essere mortale. Ha sfidato le regole, è stato vicino ai più deboli, alle donne, agli infermi, non perché avesse dei poteri sovrannaturali, ma proprio perché era il più umano fra tutti gli uomini.

[…] Prego chiunque voglia rispettare e onorare la sua memoria di non far credere che fosse ciò che non era. Inventare un mito sulla sua figura sminuisce la sua opera.

Ricordiamolo per quello che fu davvero: un uomo come tutti gli uomini. […]

Ora che ho rimesso in ordine le cose, torno alla mia vita senza luce. Cercherò di amare il prossimo, come lui faceva, e spero che quest’amore riempirà il vuoto, come lui predicava.

Torno a vegliare la tomba di Yeshoua, mio figlio, morto crocifisso.

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